Possiamo definire ‘italiana’ un’esperienza gastronomica basata sulla diversità e sull’ibridazione culturale? Quale valore identitario riconoscere a ingredienti o ricette o modalità di preparazione che la nostra cucina ha mutuato da altre culture? O, viceversa, alle esperienze italiane assorbite da altre culture? Seguendo il filo di queste e altre domande, Montanari e Petrillo chiariscono il senso della candidatura UNESCO, che riguarda la cucina italiana come realtà profondamente incorporata nella cultura e nel sentire quotidiano, non solo nelle sue espressioni più alte ma anche e soprattutto nella ‘normalità’ delle pratiche comuni. Ecco perché gli italiani hanno grande confidenza con la cucina e, come spesso (e giustamente) si dice, parlano sempre di cibo, mettendo tutto in discussione. Non è un caso che la cucina italiana si possa definire soprattutto per ciò che non è: non monolitica, non codificata, ma fondata su principi di libertà e di inclusione. L’opposto dello sciovinismo, del sovranismo o del fondamentalismo gastronomico. Proprio per questo è da considerare un patrimonio universale. . La cucina italiana è stata candidata all’UNESCO quale patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Ma come può essere definita italiana una cucina caratterizzata anzitutto dalla pluralità? La sua lunga storia, infatti, testimonia la ricchezza delle tante culture che hanno attraversato il nostro Paese, intrecciandosi con la straordinaria varietà dei territori. In questo modo la cucina italiana si è configurata come un vero e proprio mosaico di saperi e di esperienze locali. È questo il paradosso che Massimo Montanari e Pier Luigi Petrillo discutono in queste pagine, spiegando perché la nostra cucina – a prescindere da qualsiasi riconoscimento internazionale – è un patrimonio di tutti.
Cod: 9788858158975





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