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Siamo abituati a considerare il mondo greco-romano antico come ambientato nell’area Mediterranea ed europea, eppure Nerone finanziò e fece organizzare fra il 62 e il 65 d.C. una spedizione costituita da due centurioni, da un gruppo di legionari e forse da un gruppo di pretoriani per localizzare l’ancora ignota sorgente del Nilo, allora il fiume più lungo del mondo. Gli esploratori attraversarono l’Egitto, la Nubia, che si trovava nell’attuale Sudan settentrionale, parte del Sudan meridionale e l’Africa centrale. Alla fine videro una cascata spettacolare dove un volume enorme di acqua passava ribollente attraverso due rocce. Alcuni studiosi hanno individuato quella grandiosa manifestazione naturale come la cascata Murchison che precipita dal lago Vittoria. Ma qual è la fonte di questa storia? La fonte primaria è quasi certamente il rapporto che i due centurioni scrissero al loro ritorno e in cui narravano per l’imperatore la straordinaria avventura forse basata su un diario. Quel racconto fu letto da Seneca, e ascoltato dal vivo dai protagonisti della memorabile spedizione. Il grande filosofo, infatti, nel suo Naturales Quaestiones riproduce un piccolo brano di questa conversazione, dedicato alle manifestazioni della natura: “Io ho sentito raccontare da due centurioni inviati dall’imperatore Nerone a esplorare le sorgenti del Nilo. ‘Di lì’ dicevano ‘giungemmo presso sconfinate paludi...’”. Non deve meravigliare che una spedizione che oggi definiremmo scientifica fosse composta di militari. Centurioni in particolare. Questi sottufficiali, per la loro esperienza, resistenza alla fatica e coraggio, erano l’ideale per imprese del genere. Anche Plinio racconta più succintamente l’avventura dei soldati romani nell’Africa equatoriale, ma purtroppo i documenti originali – probabilmente, come già ho accennato, dei diari – sono perduti. Il loro valore, qualora si trovassero, sarebbe inestimabile...
Siamo abituati a considerare il mondo greco-romano antico come ambientato nell’area Mediterranea ed europea, eppure Nerone finanziò e fece organizzare fra il 62 e il 65 d.C. una spedizione costituita da due centurioni, da un gruppo di legionari e forse da un gruppo di pretoriani per localizzare l’ancora ignota sorgente del Nilo, allora il fiume più lungo del mondo. Gli esploratori attraversarono l’Egitto, la Nubia, che si trovava nell’attuale Sudan settentrionale, parte del Sudan meridionale e l’Africa centrale. Alla fine videro una cascata spettacolare dove un volume enorme di acqua passava ribollente attraverso due rocce. Alcuni studiosi hanno individuato quella grandiosa manifestazione naturale come la cascata Murchison che precipita dal lago Vittoria. Ma qual è la fonte di questa storia? La fonte primaria è quasi certamente il rapporto che i due centurioni scrissero al loro ritorno e in cui narravano per l’imperatore la straordinaria avventura forse basata su un diario. Quel racconto fu letto da Seneca, e ascoltato dal vivo dai protagonisti della memorabile spedizione. Il grande filosofo, infatti, nel suo Naturales Quaestiones riproduce un piccolo brano di questa conversazione, dedicato alle manifestazioni della natura: “Io ho sentito raccontare da due centurioni inviati dall’imperatore Nerone a esplorare le sorgenti del Nilo. ‘Di lì’ dicevano ‘giungemmo presso sconfinate paludi...’”. Non deve meravigliare che una spedizione che oggi definiremmo scientifica fosse composta di militari. Centurioni in particolare. Questi sottufficiali, per la loro esperienza, resistenza alla fatica e coraggio, erano l’ideale per imprese del genere. Anche Plinio racconta più succintamente l’avventura dei soldati romani nell’Africa equatoriale, ma purtroppo i documenti originali – probabilmente, come già ho accennato, dei diari – sono perduti. Il loro valore, qualora si trovassero, sarebbe inestimabile...
Se l'idea più comune di successo fosse una
Se l'idea più comune di successo fosse una "to-do list", Luca avrebbe tracciato una riga su ogni voce. Una laurea. Un lavoro a tempo indeterminato. Una fidanzata apparentemente perfetta. Un appartamento in affitto in una grande città del nord Italia. L'auto nuova, presa a rate. Il calcetto il giovedì sera, il sabato sera per locali e la domenica a pranzo dai genitori. Un mutuo e il matrimonio all'orizzonte. Luca è un quasi trentenne con una vita normale, che più normale non si può. Non è infelice, ma nemmeno felice. Vive per abitudine, senza pensare. Poi, in un grigio martedì mattina come tanti altri, succede qualcosa. Uno specchio compare davanti alla sua scrivania, gli basta uno sguardo per sentire qualcosa che si rompe dentro. La paura, un attacco di panico e poi le domande, inedite e insidiose. La vita è davvero "tutta qui"? Sognavo di diventare la persona che sono? Quand'è stata l'ultima volta che sono stato felice? E infine l'inevitabile bivio: fare finta di niente e andare avanti come sempre, oppure affrontare la realtà. Scegliere la seconda opzione significa cambiare e cambiare vuol dire mettere tutto in discussione, rischiare, ritrovarsi soli e ripartire da zero. Non è mai facile, ma a volte è necessario per trovare le giuste risposte. E per alcuni, il cambiamento ha una forma ben precisa: quella di un biglietto di sola andata. Destinazione? Felicità. ⠀ Dopo il successo del suo blog "Mangia Vivi Viaggia", @gianluca.gotto debutta con un romanzo pieno di luce e voglia di vivere, dedicato a chiunque creda nel valore del cambiamento, nella forza dei sogni, nella possibilità di realizzare la propria felicità, qui e ora. E nel potere dell'amore: per se stessi, per gli altri, per il mondo intero ❤️
David Grossman stasera al @teatrofrancoparenti con @pg_paologiordano alle ore 21.00
David Grossman stasera al @teatrofrancoparenti con @pg_paologiordano alle ore 21.00 "Tuvia era mio nonno. Vera è mia nonna. Rafael, Rafi, mio padre, e Nina... Nina non c'è. Nina non è qui. È sempre stato questo il suo contributo particolare alla famiglia", annota Ghili nel suo quaderno. Ma per la festa dei novant'anni di Vera, Nina è tornata; ha preso tre aerei che dall'Artico l'hanno portata al kibbutz, tra l'euforia di sua madre, la rabbia di sua figlia Ghili, e la venerazione immutata di Rafi, l'uomo che ancora, nonostante tutto, quando la vede perde ogni difesa. E questa volta sembra che Nina non abbia intenzione di fuggire via; ha una cosa urgente da comunicare. E una da sapere. Vuole che sua madre le racconti finalmente cosa è successo in Iugoslavia, nella "prima parte" della sua vita, quando, giovane ebrea croata, si è caparbiamente innamorata di Milos, figlio di contadini serbi senza terra. E di quando Milos è stato sbattuto in prigione con l'accusa di essere una spia stalinista. Vuole sapere perché Vera è stata deportata nel campo di rieducazione sull'isola di Goli Otok, abbandonandola all'età di sei anni e mezzo. Di più, Nina suggerisce di partire alla volta del luogo dell'orrore che ha risucchiato Vera per tre anni e che ha segnato il suo destino e poi quello della giovane Ghili. Il viaggio di Vera, Nina, Ghili e Rafi a Goli Otok finisce per trasformarsi in una drammatica resa dei conti e rompe il silenzio, risvegliando sentimenti ed emozioni con la violenza della tempesta che si abbatte sulle scogliere dell'isola. Un viaggio catartico affidato alle riprese di una videocamera, dove memoria e oblio si confondono in un'unica testimonianza imperfetta. Con "La vita gioca con me" David Grossman ci ricorda che scegliere significa escludere e vivere è un continuo, maldestro tentativo di ricomporre.
C'è un vecchio calzolaio che per tutta la vita ha nascosto un segreto terribile. Il suo nome è Mario Buda, altrimenti noto come Mike Boda. In America Boda's Bomb è diventato sinonimo di autobomba, e per le imprese di Mike Boda è stata scritta la prima legge antiterrorismo del mondo, eppure nessuno si ricorda di lui. Chi è questo immigrato, questo arrabbiato che ha firmato una delle pagine meno eroiche ma più significative della lotta contro l'ingiustizia sociale? Mario Buda arriva a Ellis Island nel 1907, partendo dalla Romagna, dove è nato e cresciuto. Alla scuola dell'anarchico Luigi Galleani impara che bisogna dire basta allo sfruttamento, al capitalismo, al razzismo. Costi quel che costi. Di giorno lavora in fabbrica, la sera commercia illegalmente whiskey nella New York del proibizionismo. Quando il governo americano approva le prime leggi contro gli immigrati italiani ed europei, iniziando i rimpatri forzati, mentre Sacco e Vanzetti sono arrestati e condannati a morte per un crimine non commesso, Mike Boda orchestra l'attentato più terrificante che l'America avesse mai subìto: una bomba a Wall Street, con 38 morti e 143 feriti. Quindi scompare nel nulla. Alcuni lo vedono in Messico, altri al confino nell'Italia fascista, altri ancora a Parigi, intento a organizzare un agguato per uccidere il Duce. Dopo un'esistenza segnata da menzogne e misteri, torna a Savignano e riprende a fare il lavoro che faceva da ragazzo e che ha sempre fatto: il calzolaio. Come se niente fosse. Portando con sé tutti i suoi segreti. Matteo Cavezzali racconta Buda attraverso le voci di quelli che lo hanno conosciuto e che sembrano parlare, ogni volta, di una persona diversa. Sono gli amici devoti, i parenti traditi, i poliziotti che gli sono stati alle calcagna, i compagni di militanza, gli avversari, le donne che lo hanno amato. Da una storia vera nasce un romanzo che avvita il passato al presente, esce un piccolo uomo che rabbia, sogni e violenza trasformano in un controverso protagonista, un personaggio che esplode come una bomba e poi si perde nei labirinti della Storia.
C'è un vecchio calzolaio che per tutta la vita ha nascosto un segreto terribile. Il suo nome è Mario Buda, altrimenti noto come Mike Boda. In America Boda's Bomb è diventato sinonimo di autobomba, e per le imprese di Mike Boda è stata scritta la prima legge antiterrorismo del mondo, eppure nessuno si ricorda di lui. Chi è questo immigrato, questo arrabbiato che ha firmato una delle pagine meno eroiche ma più significative della lotta contro l'ingiustizia sociale? Mario Buda arriva a Ellis Island nel 1907, partendo dalla Romagna, dove è nato e cresciuto. Alla scuola dell'anarchico Luigi Galleani impara che bisogna dire basta allo sfruttamento, al capitalismo, al razzismo. Costi quel che costi. Di giorno lavora in fabbrica, la sera commercia illegalmente whiskey nella New York del proibizionismo. Quando il governo americano approva le prime leggi contro gli immigrati italiani ed europei, iniziando i rimpatri forzati, mentre Sacco e Vanzetti sono arrestati e condannati a morte per un crimine non commesso, Mike Boda orchestra l'attentato più terrificante che l'America avesse mai subìto: una bomba a Wall Street, con 38 morti e 143 feriti. Quindi scompare nel nulla. Alcuni lo vedono in Messico, altri al confino nell'Italia fascista, altri ancora a Parigi, intento a organizzare un agguato per uccidere il Duce. Dopo un'esistenza segnata da menzogne e misteri, torna a Savignano e riprende a fare il lavoro che faceva da ragazzo e che ha sempre fatto: il calzolaio. Come se niente fosse. Portando con sé tutti i suoi segreti. Matteo Cavezzali racconta Buda attraverso le voci di quelli che lo hanno conosciuto e che sembrano parlare, ogni volta, di una persona diversa. Sono gli amici devoti, i parenti traditi, i poliziotti che gli sono stati alle calcagna, i compagni di militanza, gli avversari, le donne che lo hanno amato. Da una storia vera nasce un romanzo che avvita il passato al presente, esce un piccolo uomo che rabbia, sogni e violenza trasformano in un controverso protagonista, un personaggio che esplode come una bomba e poi si perde nei labirinti della Storia.
Quando Patrizia aveva smesso di respirare, passeggiavo nella piazza principale della mia piccola città. Era cupa e deserta. Faceva molto freddo nel finto borgo di provincia, e l’inquietudine serpeggiava fra le tenebrose case del centro storico, dove cova da sempre una sorta di strisciante cattiveria, che a volte è invidia sociale e a volte mera, gratuita ostilità. La senti soprattutto negli uffici, sulle scrivanie dei notai e degli avvocati, nei bui corridoi dell’Arcivescovado, nelle tetre sale comunali. Sì, il vento gelido era finalmente arrivato a ricordarci l’inverno e il Natale. C’erano le luminarie in alto nel cielo chiuso, sempre le stesse opprimenti luci a grappolo che formavano una volta brillante, e io mi ero bevuto tranquillo un caffè in un bar, senza badare troppo al tempo che passava, con tutti quei luccichii intorno che splendevano. Uscito dal locale, prima di raggiungere l’automobile al vicino parcheggio, mi ero concesso un attraversamento di pochi metri, giusto per sgranchirmi le gambe sulla piazza della piccola città. Quei pochi passi fatti a piedi, il battito martellante dei tacchi, li avrei ricordati per sempre. Nella mia casa, immaginavo, il respiro di mia moglie si stava alzando d’intensità e sembrava toccare l’acme, un picco assurdo, assoluto, per poi ridiscendere, infine risalire miracolosamente come faceva sempre, ogni volta, pure la notte. La ascoltavo dalla mia parte di letto e il suo respiro era dentro il mio, ormai. Lo pensavo anche in quel momento, che stesse ancora respirando. La credevo in ogni attimo in quel letto, chiusa nel suo corpo misterioso che non comunicava più nemmeno con i gesti. Andavo in cucina e lei respirava, mi spostavo in bagno e respirava, quell’apertura diabolica di polmoni mi raggiungeva ovunque con il suo ritmo esatto d’inspirazioni profonde e continue. Quel pomeriggio, nella piazza illuminata per le festività natalizie, mentre la poca gente era a passeggio, fantasmi nella nebbia chiusi nei paltò, le sciarpe avvolte attorno al collo, e io camminavo per la piazza, squillò all’improvviso il mio cellulare. In quei giorni lo tenevo sempre in mano, impaziente.
Quando Patrizia aveva smesso di respirare, passeggiavo nella piazza principale della mia piccola città. Era cupa e deserta. Faceva molto freddo nel finto borgo di provincia, e l’inquietudine serpeggiava fra le tenebrose case del centro storico, dove cova da sempre una sorta di strisciante cattiveria, che a volte è invidia sociale e a volte mera, gratuita ostilità. La senti soprattutto negli uffici, sulle scrivanie dei notai e degli avvocati, nei bui corridoi dell’Arcivescovado, nelle tetre sale comunali. Sì, il vento gelido era finalmente arrivato a ricordarci l’inverno e il Natale. C’erano le luminarie in alto nel cielo chiuso, sempre le stesse opprimenti luci a grappolo che formavano una volta brillante, e io mi ero bevuto tranquillo un caffè in un bar, senza badare troppo al tempo che passava, con tutti quei luccichii intorno che splendevano. Uscito dal locale, prima di raggiungere l’automobile al vicino parcheggio, mi ero concesso un attraversamento di pochi metri, giusto per sgranchirmi le gambe sulla piazza della piccola città. Quei pochi passi fatti a piedi, il battito martellante dei tacchi, li avrei ricordati per sempre. Nella mia casa, immaginavo, il respiro di mia moglie si stava alzando d’intensità e sembrava toccare l’acme, un picco assurdo, assoluto, per poi ridiscendere, infine risalire miracolosamente come faceva sempre, ogni volta, pure la notte. La ascoltavo dalla mia parte di letto e il suo respiro era dentro il mio, ormai. Lo pensavo anche in quel momento, che stesse ancora respirando. La credevo in ogni attimo in quel letto, chiusa nel suo corpo misterioso che non comunicava più nemmeno con i gesti. Andavo in cucina e lei respirava, mi spostavo in bagno e respirava, quell’apertura diabolica di polmoni mi raggiungeva ovunque con il suo ritmo esatto d’inspirazioni profonde e continue. Quel pomeriggio, nella piazza illuminata per le festività natalizie, mentre la poca gente era a passeggio, fantasmi nella nebbia chiusi nei paltò, le sciarpe avvolte attorno al collo, e io camminavo per la piazza, squillò all’improvviso il mio cellulare. In quei giorni lo tenevo sempre in mano, impaziente.